Esplorazione della Mente nel Buddhismo: Cinque Aggregati e Consapevolezza

Quando si riflette nella mente, è arduo discernere esattamente a cosa ci si riferisca. È possibile collegare la nostra identità personale con la psiche? Esiste un’unificazione chiamata psiche? Il [...] ..

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Quando si riflette nella mente, è arduo discernere esattamente a cosa ci si riferisca. È possibile collegare la nostra identità personale con la psiche? Esiste un’unificazione chiamata psiche? Il Buddhismo si pone l’obiettivo di risolvere tali interrogativi.

Il Buddhismo emerge come una delle antiche dottrine che ha catturato crescente interesse negli ultimi tempi. Uno dei concetti peculiari e distintivi è la sua visione della psiche e il suo legame con il concetto di ego.

Questa fede è comunemente nota per le sue pratiche di meditazione e il loro potenziale nel pacificare il nostro essere. Secondo il Buddhismo, la teoria della psiche si prefigge di ampliare la comprensione dei fenomeni della coscienza e della nostra reale natura.

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La psiche ha un’esistenza nel Buddhismo?

Il Buddhismo non accetta l’esistenza di stati mentali come parte di un ego sostanziale, indipendente e duraturo. Piuttosto, l’ego è considerato un insieme di elementi in continua evoluzione. Gli esseri umani sono considerati composti da una serie di componenti aggregati. Questo concetto è fondamentale nella filosofia buddista ed è noto come la dottrina del ‘non-io’.

Il corpo e la psiche sono inclusi in questi principi e costituiscono i flussi di coscienza che comunemente identifichiamo come “individui” nella vita di tutti i giorni. Questo concetto è rappresentato dalla teoria dei cinque aggregati ed è cruciale per comprendere la filosofia buddista.

I cinque aggregati secondo il Buddhismo

I primi testi buddisti sono scritti in pali, una lingua affine al sanscrito che era parlata nelle regioni abitate da Sidartha Gautama, il Buddha storico. In Pali, gli aggregati sono denominati Khanda e ognuno di essi ha le seguenti caratteristiche:

  1. Aspetto fisico (rūpa): si riferisce a ogni forma materiale, includendo sia i nostri corpi che gli oggetti fisici che percepiamo tramite i sensi.
  2. Sensazione (vedanā): riguarda ogni sensazione che sorge nel nostro corpo quando percepiamo un oggetto esterno o ci confrontiamo con un pensiero.
  3. Percezione (saññā): quando sperimentiamo qualcosa, la riconosciamo e la cataloghiamo. Così come identifichiamo gli oggetti e li nominiamo, giudichiamo le sensazioni come piacevoli, spiacevoli o neutre.
  4. Volizione (sankhāra): una volta riconosciuta una sensazione come piacevole, spiacevole o neutra, la mente tende a generare una reazione di attaccamento o avversione a tale stimolo.
  5. Consapevolezza (viññāna): si riferisce alla pura coscienza o alla capacità di essere consapevoli di qualcosa. Esistono 6 tipi di viññāna, uno per ogni senso (tatto, gusto, udito, vista, olfatto) oltre alla mente.

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Per esplorare la natura della coscienza, le tradizioni buddiste si basano sull’esperienza soggettiva. Tuttavia, concentrarsi sul modo in cui i diversi fenomeni mentali emergono e svaniscono richiede una mente pacata.

Secondo un articolo di Sage Open, il modello mentale buddista facilita la pratica della meditazione e della mindfulness identificando i vari fenomeni che si manifestano nella coscienza.

D’altra parte, una mente tranquilla è in grado di percepire chiaramente la dinamica dei suddetti aggregati mentali.

Ciò spiega l’importanza della completa attenzione o mindfulness nel Buddhismo. La teoria della psiche e la pratica si influenzano reciprocamente. Inoltre, ci sono ricerche approfondite che evidenziano come tali esercizi possano aiutare a calmare la mente, sviluppare una maggiore concentrazione e ridurre l’ansia, come indicato dal Journal of Psychosomatic Research.

Osservazione della psiche e liberazione

È cruciale notare che i cinque aggregati sono considerati transitori e interdipendenti, poiché cambiano incessantemente e dipendono l’uno dall’altro per esistere.

Un principio fondamentale del Buddhismo è che il dolore sorge dall’attaccamento a questi aggregati come se fossero permanenti o costituissero un sé solido e indipendente.

Pertanto, una parte essenziale della pratica buddista è imparare a vedere e comprendere chiaramente questi cinque aggregati, al fine di liberarsi dall’attaccamento e dalla sofferenza. Questo è l’obiettivo principale della pratica della mindfulness.

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La psiche nel Buddhismo e nella filosofia occidentale

C’è un punto di convergenza tra il Buddhismo e alcuni pensatori della filosofia occidentale riguardo all’idea di un ego transitorio. Alcuni filosofi, come David Hume e Derek Parfit, mettono in discussione la nozione di un’identità personale costante, sostenendo che l’ego è composto da elementi in costante mutamento.

Questi pensatori avanzano concetti analoghi alla dottrina buddista del “non-io”, suggerendo che l’identità personale non è un’entità fissa e duratura, ma piuttosto un costrutto fluido e mutevole. Questa concordanza di idee evidenzia come differenti tradizioni filosofiche giungano a prospettive simili sulla natura della psiche e dell’identità.

Il Buddhismo sulla psiche e il concetto di sé

Come discusso, il Buddhismo propone una visione della psiche molto diversa da quella a cui siamo abituati. Questo mette in discussione le nostre intuizioni più comuni riguardo al concetto di sé.

L’offerta di questo complesso modello della psiche viene completata dall’invito a praticare la mindfulness, per osservare chiaramente l’emergere dei fenomeni della coscienza e la loro interdipendenza.


Foto Credits: Anima Gemella di 3BOX.it con Bing IA.